Lo sappiamo fin dall'inizio: Romeo e Giulietta moriranno. La loro fine è già scritta, ma è il come che rende interessante la loro storia. La tenaglia che gli si stringe attorno alla fine li stritolerà, il destino inevitabile compierà il suo corso, ma non è questo che è importante. Come non lo è il rimprovero nei confronti delle colpe dei vari personaggi, anche degli stessi amanti, che con coscienza o inconsapevolmente conducono la vicenda verso la tragedia che non può che terminare con la loro morte. Perché nemmeno la morte è importante. Ciò che conta è che in qualsiasi mondo, anche laddove la violenza e lo scontro sembrano l'unica possibilità concessa all'uomo, brilla la scintilla del miracolo, la possibilità dell'amore, che, seppur breve, dona all'essere umano ciò che da sempre, costantemente cerca.

 

"Mai vi fu storia più triste di quella di Giulietta e del suo Romeo". Così Shakespeare conclude la tragedia, una storia che svela la sua conclusione funesta sin dall'inizio attraverso le parole del prologo. E' da qui che parte la visione dello spettacolo, da ciò che suggerisce il coro iniziale: il rimpianto, l'impossibilità di tornare indietro per cambiare la nostra sorte e quella dei nostri cari, un destino che pare sia mosso da energie a noi superiori. Ma spesso l'uomo è cieco o chiude gli occhi per non vedere e affida al caso, alla cattiva sorte le responsabilità di quello di cui ora soffre. Se l'amore è la forza che fa germogliare la rosa di una possibile armonia, l'odio la reciderà. Quando i cadaveri degli amanti colpevoli solo del loro amore giaceranno a terra, i vivi piangenti potranno solo rimpiangere le loro colpe. Ma sono necessari la morte e il dolore per il raggiungimento della pace? Davvero le tristi storie di Romeo e Giulietta ci serviranno da monito e da coscienza? O dimenticheremo con il passare del tempo, come i padri dimenticano la loro gioventù di figli? Questa è la domanda senza risposta che condurrà la nostra storia.