In queste tre pièce teatrali, nelle quali l'autore sembra scherzare con se stesso, con il teatro e soprattutto con gli uomini, vengono raccontate le idiosincrasie, le dinamiche ridicole che il povero uomo comune affronta - e che spesso subisce - quando si ingarbuglia negli imprevedibili rapporti umani. Rapporti che sono alla mercé di quel sentimento padrone dei sogni, delle aspettative, delle delusioni di tutta la nostra vita, espresso in quella parola che ci ronza spesso nella mente, a cui sappiamo certo dare un nome, ma che sempre sfugge alla nostra razionale comprensione: l'Amore. E qui sta il ridicolo che genialmente sfrutta Cechov negli atti unici comprimendolo in modo tale da farne fuoriuscire come lapilli di un vulcano le impulsività più simpatiche. Ed è proprio la simpatia, l'empatia che si prova verso i personaggi a indurre in chi guarda un sorriso comprensivo rivolto all'uomo: così tenero infine, sprovvisto di armi per difendersi dalle proprie pulsioni, eppure tenace nel cercare di corazzarsi contro l'imprevedibilità dei sentimenti. Qui sta la chiave che schiude l'unica nostra vera bellezza, che si sprigiona non nel combattimento che ci rende ridicoli a occhi distaccati, ma nella dolce e catartica resa, nell'accettazione di non avere il controllo sul nostro cuore che palpita e ci conduce dove infine evidentemente vogliamo andare.